mercoledì, 05 maggio 2021

Chi ha paura della bellezza

24 Maggio 2015 | La Sentinella | Reply More

PalmiraLa bandiera nera dell’Isis sventola ormai anche su Palmira e mentre politici europei e d’oltre oceano mettono sotto accusa la strategia Obama, i tg raccontano la strage seguita alla presa della città  e già aspettano di mostrare come verrà distrutto il sito archeologico patrimonio dell’Umanità per l’Unesco. Aspettano, sì,  perché è purtroppo prevedibile e si può già immaginare come sarà il filmato che diffonderanno i solerti videomaker del sedicente stato islamico: un accanirsi di martelli, corde e colpi d’arma da fuoco sui resti di una città con migliaia di anni di storia, con il teatro romano con ancora la sua scenografia di pietra e i resti degli edifici e i colonnati che ci raccontano di un’epoca antica e ricca e più felice di quella attuale per la città. Come hanno già fatto a Ninive e Mosul, i barbuti guerriglieri protettori dell’ignoranza distruggeranno le testimonianze del passato, e lo faranno perché in fondo hanno paura.

Evidentemente spaventati dalla muta bellezza di statue di dei che nessuno adora più, da muri di templi in cui nessuno esercita più culto, invidiosi dell’eleganza delle colonne che sanno resistere ai secoli. Hanno paura di non reggere il confronto, vogliono cancellare il bello perché nessuno gli rinfacci che loro non riescono a produrne. Sono così timorosi da dimenticare la storia dell’Islam e di come gli Arabi arrivati in Spagna, in Sicilia o a Costantopoli abbiano scelto spesso di trasformare e non di distruggere, costruire moschee anzi che abbattere chiese.

Nessuno potrebbe visitare il museo nella ex cattedrale di Santa Sofia a Istanbul se nel 1453 il sultano Maometto II, anzi che ordinare di trasformare in moschea l’edificio cristiano, avesse  imposto di raderlo al suolo.

Insomma, avvisiamoli che i veri governati, anche i sultani e i califfi di più di seicento anni fa, sanno che per essere ricordati devono fare i buoni muratori: tirare su più ponti e più muri di quanti ne cadano giù.

Il ricccio



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