lunedì, 23 ottobre 2017

I tempi infiniti della Giustizia: nel mezzogiorno 15 anni per concludere un fallimento

A renderlo noto è Unimpresa che a sua volta si basa su dati della Banca d'Italia e del ministero della Giustizia, riferiti al 2015

5 giugno 2017 | La Sentinella | Reply More

Quindici anni. A tanto ammonta il tempo necessario per concludere l’iter di una procedura fallimentare avviata nel Mezzogiorno d’Italia.

A renderlo noto è Unimpresa che a sua volta si basa su dati della Banca d’Italia e del ministero della Giustizia, riferiti al 2015.

Nel Sud la procedura dura in media 4800 giorni ma che raggiungono anche 5.500 giorni, 15 anni. Nel Mezzogiorno, poi, servono 2.750 giorni per concludere una procedura esecutiva immobiliare.

Decisamente più celeri al Centro (3.500 giorni per un fallimento e 1.700 giorni per una esecuzione immobiliare) sia al Nord dove il fallimento di una impresa si porta a termine in 2.800 giorni e una esecuzione immobiliare si snoda nell’arco di 1.200 giorni.

“La lentezza della giustizia civile – sottolinea il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci – ha un peso enorme nell’andamento del nostro prodotto interno lordo: c’è un costo diretto, misurato nel tempo impiegato dall’imprenditore nella burocrazia e, nello specifico, nei tribunali; e poi c’è un costo indiretto, da misurare nei mancati investimenti sia quelli interni sia soprattutto quelli esteri”.

Non va meglio per le procedure esecutive immobiliari.

Nel Mezzogiorno e nelle Isole si registrano tempi pedi pari a 2.750 giorni (ma si arriva fino a 3.250); nelle zone centrali del Paese, invece, le esecuzioni immobiliari comportano un iter che dura 1.700 giorni (si arriva fino a 2.100), mentre al Nord si cala a 1.200 giorni (al massimo 1.500).

Calano le iscrizioni a ruolo ma non migliora l’efficienza.

Nel 2010 il totale dei procedimenti iscritti presso gli uffici del Giudice di pace, dei Tribunali e delle Corti d’appello era a quota 5.400.000, nel 2011 5.500.000, nel 2012 5.100.000, nel 2013 4.900.000, nel 2014 4.500.000, nel 2015 4.100.000, nel 2016 4.000.000.

“Ciò che poi risulta ancor più inaccettabile – precisa Pucci – è il divario drammatico che esiste nelle diverse zone del Paese, con disagi importanti per chi opera al Nord e al Sud oppure nelle Isole. In questo modo – concude – è impossibile pianificare i bilanci, definire i budget annuali, prevede investimenti: ne fa le spese la singola aziende e subisce un colpo anche l’intera economia italiana”.



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