lunedì, 26 giugno 2017

Il posto fisso nell’Italia di domani

14 maggio 2017 | La Sentinella | Reply More

Per i più fortunati l’avventura è iniziata la sera prima arrivando in treno o in aereo ed alloggiando in un albergo di fortuna nei pressi della stazione Termini.

Per il resto si è tradotto in un viaggio massacrante in auto avuto inizio alle quattro del mattino.

L’Italia del posto fisso, quella dello stipendio garantito a prescindere dal merito ma anche quella dei disillusi, di coloro che hanno sacrificato i loro sogni sull’altare di un cinico pragmatismo celebra il proprio rito pagano.

Lo scorso venerdì 12 maggio, una soltanto delle 16 date in calendario, 308 mila candidati per 800 posti da Assistente Giudiziario, sono stati chiamati a rispondere ai 50 quiz preselettivi in 45 minuti.

La spianata della Fiera di Roma che accoglie i candidati, anime in pena in procinto di entrare nel limbo di una selezione dove il merito e le capacità si mescolano inesorabilmente all’alea, è una distesa verdastra chiazzata d’asfalto.

Ad osservarli ciò che maggiormente colpisce non è tanto il numero di aspiranti candidati per un quantità così ridotta di posti ma la pressochè totale assenza di passione per il lavoro cui i candidati aspirano a ricoprire.

Quella che si scorge è un’umanità spenta, fiaccata da una società dove l’ascensore sociale si è ormai guastato da tempo e a predominare è soltanto l’istinto di sopravvivenza sobillato dall’antico adagio mors tua vita mea.

I dialoghi di questa massa informe sono spaccati di esistenze perse per sempre piuttosto che interrotte sulla rampa di lancio delle proprie aspirazioni.

C’è il precario del mondo della scuola, il giovane avvocato in cerca di una maggiore stabilità ma anche la casalinga, piuttosto che il neolaureato accompagnato dalla famiglia, tutti a tentare il colpo di fortuna.

Il cuore di cemento di questa incubatrice di sogni abortiti e azzardi della vita consta di 8 padiglioni stracolmi di tavolinetti e pc che sembrano fatti apposti per ospitare umanoidi da batteria.

A sovrintendere sul tutto zelanti uomini in divisa dall’adipe pronunciato e dalla boria contagiosa che del fascino pasoliniano di figli del popolo non conservano più nulla se non l’italiano stentato ed il dialetto marcato.

La prova, dopo oltre tre ore di attesa ha inizio, quarantacinque minuti, meno di una partita di calcio, per giocarsi l’opportunità di avere a disposizione uno stipendio garantito per quarant’anni.

La preselezione ha termine ed il gregge informe di uomini e donne dai venti ai sessant’anni, si rimette in moto per far ritorno a casa.

Sulla via che conduce alla stazione ci si incrocia con i candidati del secondo turno, già, perché le batterie giornaliere sono divise su due giri, uno delle 8 30 e uno delle 14 30.

Mai spaccato fu più fedele dell’Italia di oggi ma soprattutto di quella di domani: una nazione incapace di selezionare i migliori perché devastata dalle metastasi del clientelismo e della corruzione.

Ecco, allora, che l’unico rimedio è intasare il pubblico impiego di frustrati, disillusi, incompetenti animati solo da un esacerbante nozionismo figlio di arrivismo e faciloneria.

Sullo sfondo, però, disarmante, aleggia l’interrogativo, inquietante più che mai: cui prodest?

Raffaele de Chiara 



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