domenica, 17 dicembre 2017

La morte di un assassino e il ruolo a cui la civiltà non deve mai rinunciare

18 novembre 2017 | La Sentinella | Reply More

Totò Riina

“E’ morto il maestro ma la musica esiste” non c’è espressione più icastica per commentare la morte di Totò Riina avvenuta in questi giorni in un letto di ospedale dopo una lunga malattia.

Tra le tantissime circolate sui media e sui social network, quella adoperata da Santino Di Matteo, ex mafioso oggi pentito, ma soprattutto padre di Giuseppe, il bimbo ucciso per ordine dello zio Totò, è quella che meglio si atteggia a tratteggiare con inaspettato spirito critico la scomparsa di uno dei peggiori criminali della storia recente del nostro paese.

E’ paradossale come sia proprio un ex mafioso che di Riina era stato allievo e complice e da lui aveva subito l’uccisione del proprio bambino, segregato, ucciso e sciolto nell’acido, a commentare in maniera così lucida la morte del capo dei capi.

Il tutto, in netta contrapposizione al pendolo dell’opinione pubblica a cui sovente si accompagna l’eco mediatica dei social e degli organi di stampa, oscillante tra la gogna e il pietismo.

La prima, alimentata dalle vittime, la seconda dalla cerchia dei familiari e dei sodali a lui più vicini.

Volendo però per un solo attimo, senza nulla togliere al dolore delle vittime e alla loro più che legittima sempiterna rabbia nei confronti di un assassino, valutare la morte di Riina con il metro di uno stato Civile le conclusioni a cui si approda sono antitetiche a quelle a cui sovente ci si imbatte nella communis opinio.

A morire in un letto di ospedale è stato infatti non il Totò Riina che tutti conosciamo attraverso i suoi crimini ed i ghigni irrispettosi che sovente volgeva agli occhi delle telecamere ma la larva di ciò che fu.

Un uomo di 87 anni, a giudicare dalle poche foto circolate in rete, prosciugato dalla malattia e forse dagli incubi della sua stessa esistenza.

Di Riina, forse, dopo 26 ergastoli, era rimasto solo l’eco delle gesta criminali e il suo naturale carisma.

E’ questa una giustificazione per invocare pietà e rispetto per l’artefice di immani sofferenze?

Niente affatto ma uno spunto di riflessione per interrogarsi su cosa debba davvero rappresentare in simile ciorcostanze uno Stato civile e democratico, sì.

A morire nel letto di un ospedale infatti non è stata la mafia ma soltanto un uomo che della mafia era stato il capo ma il cui brodo di coltura risiedeva e risiede tutt’ora in quella moltitudine indistinta di uomini e donne che oggi plaude e sorride alla scomparsa del capro espiatorio di turno augurandogli le pene dell’inferno.

Come poteva un contadino, da solo, per quanto potente e carismatico, privo di cultura e gonfio di risentimento, tenere in scacco un intero Paese giungendo sin quasi a minacciarlo di “attaccarlo” militarmente?

Non risuoni irrispettoso per le vittime ma probabilmente di ciò erano consapevoli anche i due uomini che di mafia se ne intendevano avendo dato la vita per combatterla quali Falcone e Borsellino.

Ecco, allora che il gioco di queste ore al massacro mediatico di Totò Riina, “la bestia”, il “mefistofele” siciliano appare come un nuovo Piazzale Loreto con l’aggravante però che allora, davvero, a differenza di oggi, si poteva parlare della fine di un’epoca e di un regime.

La musica, dunque, che piaccia o no alla folla cinica e plaudente, continua. Purtroppo.

Quanto al suo maestro, Dio, per i credenti e la storia, per chi non crede, giudicheranno le sue colpe assegnandogli il giusto ruolo che gli compete.

Raffaele de Chiara 



Opinioni

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