domenica, 22 aprile 2018

Giudice di Pace di Napoli, una commedia dal sapore amaro

23 ottobre 2017 | La Sentinella | Reply More

Ci sono luoghi che più di ogni altro rappresentano o meglio, dovrebbero rappresentare, la sacralità del diritto in tutte le sue forme, anche quelle all’apparenza più frivole.                                                                                                        

L’ufficio del Ruolo Generale dove materialmente vengono iscritte le cause a ruolo per essere assegnate ai giudici è senz’altro uno di questi. Non a Napoli, però, dove perfino l’amministrazione della giustizia si trasforma in una commedia dal sapore amaro.        

Per chi è avvezzo alla frequentazione del Giudice di Pace del capoluogo partenopeo varcare la soglia dell’ufficio del Ruolo Generale in una giornata di normale attivitá lavorativa e ritrovarvi solo sei persone in fila è un evento pari alla veduta della neve sugli scogli di Mergellina.

Bastano pochi istanti, però, per rendersi conto che l’insolito spettacolo è solo l’ennesima trovata dell’arte dell’arrangiarsi tipicamente partenopea. 

“Chi è il prossimo?” Urla con voce stridula una donna dal fare spiccio e dall’atteggiamento particolarmente risoluto, “Sono io”, gli fa eco un uomo longilineo e dal taglio dei capelli francescano, sebbene del Frate conservi solo le sembianze, non certo lo spirito caritatevole a giudicare dal fare felino con cui agguanta e rilascia monete che puntualmente gli vengono poste dagli avvocati sempre troppo lesti nel fiutare la migliore via d’uscita a buon mercato.

Ecco allora che la fila in apparenza di sei persone, di fatto, si allunga, fino a comprenderne come minimo il decuplo.

Sfila una controfigura del tipico Gagá, figlio di una Napoli leziosa e schiava dei propri antichi privilegi che senza proferir verbo consegna una mazzetta di fascicoli alla ragazza poco più che ventenne, dall’italiano stentato ma dalla vita palesemente vissuta che li accoglie come una manna dal cielo.

In fondo bisogna pur sbarcare il lunario in qualche modo.

Fa capolino il novello azzeccagarbugli che, tirato in disparte la donna risoluta e dalla vocina stridula, bofonchia qualcosa di impercettibile per poi scivolar via non prima però di aver calato giù dalla tasca il solito obolo.

Non mancano le donne, impeccabili nel loro abbigliamento di alta rappresentanza, troppo stanche o indaffarate, però, per perdere qualche minuto in fila.

Ma quand’è che la farsa si trasforma in tragedia? 

La scena, nitida e sconcertante per qualsiasi operatore del diritto, avviene quando gli addetti dell’ufficio consegnano i timbri ed affidano il controllo della regolarità formale degli atti agli stessi figuri di cui sopra creando, di fatto, una strana  commistione tra delegati dei controllati, privi di qualsivoglia nozione di diritto, e controllori evidentemente oberati dal troppo lavoro. Usurante per natura.

Si dirà, gli atti saranno nuovamente revisionati dagli addetti all’ufficio e non v’e ragione di dubitarlo, ma qual è lo spettacolo offerto a chiunque si imbatta in simili contesti? Davvero è ancora possibile sposare un’idea di giustizia, di meritocrazia, di speranza in un futuro migliore?

A giudicare dagli unici tre operatori del diritto in sala assolutamente no.

A spingerli a restare lí ad aspettare tenacemente il proprio turno e a rimanere vittima del sistema distorto di giustizia, non è la voglia di combattere in nome di un ideale per cui sembra oramai non valere più la pena battersi ma solo il cinismo di chi per troppo tempo ha creduto e combattuto per una società migliore.

“Prima o poi – mastica amaro uno di loro –  mi rivolgerò anch’io a loro, il tempo di metter da parte l’obolo e capir bene se fidarsi o meno”.

Il fustigatore



Opinioni

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