venerdì, 21 settembre 2018

Elefanti in catene nel circo: condannato il gestore per maltrattamenti

E’ quanto sancito dalla Corte di Cassazione mediante la sentenza n 10164/18

13 marzo 2018 | La Sentinella | Reply More

Tenere animali in catene viola la loro natura ed è fonti di gravi sofferenze.

E’ quanto sancito dalla Corte di Cassazione mediante la sentenza n 10164/18 che ha confermato la condanna nei confronti di un gestore di un circo responsabile di aver detenuto cinque elefanti con catene che ne limitavano anche i più elementari movimenti. 

Il giudizio dei Supremi Giudici nasce da una pronuncia del tribunale di Alessandria che aveva condannato l’uomo alla pena dell’ammenda per il reato di cui all’art. 727 secondo comma c.p., per avere nella sua qualità di gestore del circo, “detenuto cinque elefanti in condizioni incompatibili con le loro caratteristiche etologiche, in quanto legati con corte catene limitative dei più elementari movimenti, in una situazione incompatibile con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze”.

Con la stessa sentenza l’imputato veniva anche condannato a risarcire il danno alle parti civili costituite, la Lav e l’Anpana.

L’uomo, dunque, adiva il Palazzaccio, lamentando, tra l’altro, il ragionamento scorretto del giudice di merito sulla valutazione delle prove, basate su dichiarazioni contrastanti con la ricostruzione effettuate dalle guardie zoofile e, senza considerare, le dichiarazioni dei dipendenti del circo che avevano dichiarato che gli animali erano legati esclusivamente per le ordinarie operazioni di pulizia mentre per il resto restavano liberi. 

Per gli Ermellini, però, il ricorso è inammissibile in quanto basato su censure di diritto manifestamente infondate e su una ricostruzione meramente alternativa dei fatti, ampiamente smentita dalla motivazione della sentenza impugnata e al compendio istruttorio.

L’art. 727, 2° comma, c.p., premettono i giudici di piazza Cavour, “punisce la condotta di chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali”.

La disposizione, sottolineano, “non si riferisce a situazioni contingenti che provochino un temporaneo disagio dell’animale, in considerazione della sua formulazione letterale, che fa riferimento al duplice requisito delle condizioni di detenzione dell’animale e della produzione di gravi sofferenze”.

Nel caso di specie, invece, il tribunale ha evidenziato chiaramente che la situazione nella quale gli elefanti erano stati trovati non era passeggera e contingente, né dettata dalla necessità di operare per la pulizia e la cura degli animali, perché gli animali erano legati con catene corte che ne impedivano i movimenti ed erano stati trovati in tale situazione all’interno del tendone dove venivano ricoverati per la notte senza che vi fossero operazioni di pulizia in programma o in corso”.

Nella vicenda conclude la Corte, le violazioni poste in essere risultano “talmente macroscopiche” da rendere superfluo anche il riferimento alla normativa “tecnica, essendo del tutto evidente l’assoluta incompatibilità con la natura dell’animale dell’uso di catene applicate contemporaneamente sia a una zampa posteriore che una zampa inferiore, trattandosi di uno strumento di contenimento di per sé produttivo di gravi sofferenze”. 



DIRITTO PENALE

E’ entrato in vigore lo scorso 14 luglio ma fin dal suo esordio il cosiddetto
Addio all’atto di citazione. E’ questa la riforma del processo civile annunciata per l’autunno dal
In caso di condanna ex art. 2087 c.c. è diritto del datore di lavoro rivalersi
Saranno obbligatori dal 31 marzo i corsi di formazione per l’accesso alla professione forense. E’

Lascia un commento

Devi essere loggato per lasciare un commento.