lunedì, 26 giugno 2017

Derivati. Corte dei Conti cita in giudizio il Mef: “Causò un danno da 4 mld di euro”

L'accusa riguarda il versamento di 3,1 miliardi di euro pubblici alla banca d'affari, Morgan Stanley per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute

7 giugno 2017 | La Sentinella | Reply More

Oltre quattro 4 miliardi di euro, a tanto ammonterebbe, il danno subito dallo Stato italiano derivante dal versamento di 3,1 miliardi di euro pubblici alla banca d’affari, Morgan Stanley per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute.

A scriverlo nell’inedito atto di citazione è la Corte dei Conti che il mese scorso ha spedito la Guardia di finanza al Ministero dell’Economia a raccogliere altri documenti.

Eppure, dopo cinque anni, Morgan Stanley continua a far parte dell’elenco degli specialisti che insieme con il Tesoro gestiscono il debito pubblico e il direttore del dipartimento è ancora Maria Cannata.

Secondo i giudici, la banca sarebbe responsabile del 70% dei danni causati, mentre il restante 30% se lo suddividono Cannata, con un ruolo preponderante (un miliardo di euro), il suo predecessore Vincenzo La Via e gli ex direttori del Tesoro, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli.

La colpa di Morgan Stanley è di essersi approfittata del suo ruolo di specialista, un compito che viene regolato dalla legge.

La banca di affari doveva aiutare il Tesoro a gestire il debito nel tempo, trovando di volta in volta le soluzioni migliori per ridurlo.

Nel 2011 la banca Usa aveva 19 contratti derivati aperti con lo Stato italiano, in diverse valute pari a oltre 10 miliardi di euro, 2,2 miliardi di sterline, 1,1 miliardi di franchi svizzeri e 2 miliardi di dollari, con durate dai 10 ai 40 anni.

Prima, nel 1994, quando al Tesoro c’era ancora Mario Draghi, Morgan Stanley aveva ottenuto la possibilità di uscire da tutti i contratti derivati qualora il valore della sua esposizione creditizia nei confronti della Repubblica avesse superato una soglia che variava dai 50 ai 150 milioni a seconda del rating dello Stato italiano.

Diciassette anni dopo la banca decide di azionare la clausola e chiuderli tutti, contravvenendo al suo ruolo di “gestore del debito ” di lungo periodo: “ha commesso – scrive la Corte – palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione contrattuale”.

Di contro la banca si è giustificata facendo ricorso all’aumento dello spread fatto registrare in quel periodo e che portò alla caduta del governo Berlusconi e all’arrivo di Monti.

Giustificazione che per la Corte non reggono la clausola di risoluzione – argomentano i giudici contabili non era per nulla legata allo spread, ma all’aumento dell’esposizione della banca, la cui soglia era stata già superata da almeno dieci anni, e al cambiamento di rating dell’Italia, che però avvenne a opera di S&P e Moody’s ben dopo la risoluzione dei contratti.



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