venerdì, 19 ottobre 2018

Congedo parentale. Il lavoratore che non assiste il figlio rischia il licenziamento

E’ quanto statuito dalla Corte di Cassazione mediante la sentenza n 509/18

23 gennaio 2018 | La Sentinella | Reply More

Il papà in congedo parentale che non assiste il figlio rischia il licenziamento.

E’ quanto statuito dalla Corte di Cassazione mediante la sentenza n 509/18.

I giudici hanno respinto il ricorso di un dipendente di una società contro la sentenza della Corte di Appello di L’Aquila che ne aveva confermato il licenziamento perché, a seguito delle indagini disposte dalla azienda, era risultato che nei dieci giorni di congedo, presi nel marzo 2013, “per oltre metà del tempo non aveva svolto alcuna attività a favore del figlio”.

Il lavoratore si era difeso affermando che nel Testo unico maternità e paternità (Dlgs 151/2001) non v’è traccia della necessità che il congedo sia gestito garantendo al minore una presenza prevalente, ovvero caratterizzata da continuità ed esclusività», trattandosi, diversamente dai permessi per l’assistenza ai disabili ex lege n. 104/92, di un istituto mirante “al soddisfacimento dei bisogni affettivi e relazionali del figlio”.

Non è stata dello stesso avviso la Suprema Corte che ha argomentato affermando che la norma prevede per ogni bambino, nei suoi primi otto anni di vita, il diritto dei genitori di astenersi dal lavoro per un periodo di sei mesi, con la previsione di una indennità calcolata in percentuale sullo stipendio.

Il fatto che l’istituto sia qualificato come un diritto potestativo, prosegue, non significa però che esso possa essere esercitato a piacimento e senza controlli.

Argomentare diversamente infatti significherebbe avallare un abuso del diritto, in qunato il datore di lavoro sarebbe “privato ingiustamente della prestazione lavorativa del dipendente e sopporterebbe comunque una lesione dell’affidamento da lui riposto nel medesimo, oltre alla “indebita percezione dell’indennità e lo sviamento dell’intervento assistenziale nei confronti dell’ente di previdenza”. 

La Suprema corte ricorda che la norma prevede per ogni bambino, nei suoi primi otto anni di vita, il diritto dei genitori di astenersi dal lavoro per un periodo di sei mesi, con la previsione di una indennità calcolata in percentuale sullo stipendio. Il fatto che l’istituto sia qualificato come un diritto potestativo, prosegue, non significa però che esso possa essere esercitato a piacimento e senza controlli.

Ciò accade “allorché il diritto venga esercitato non per la cura diretta del bambino, bensì per attendere ad altra attività di lavoro, ancorché incidente positivamente sulla organizzazione economica e sociale della famiglia”.

Il medesimo ragionamento però può essere sviluppato anche allorquando il genitore trascuri la cura del figlio per dedicarsi a qualunque altra attività che non sia in diretta relazione con detta cura”

Infatti, “ciò che conta non è tanto quel che il genitore fa nel tempo da dedicare al figlio quanto piuttosto quello che invece non fa nel tempo che avrebbe dovuto dedicare al minore”.



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