domenica, 22 aprile 2018

L’Italia che non c’è più

2 luglio 2017 | La Sentinella | Reply More

Se è qui da due ore, una cosa certa, la sottoscritta è arrivata prima e se ne andrà molto dopo di lei…”

Il dialogo, surreale ma accaduto per davvero, in uno dei tanti uffici Unep della Corte di Appello di Napoli tra un addetta alla restituzione degli atti e un avvocato in fila da ore, fotografa in maniera cristallina il melodramma dell’Italia di oggi spaccata a metà tra i privilegiati del posto fisso ed i liberi professionisti.

La protervia innervata di sarcasmo tra chi sa che malgrado tutto uno stipendio garantito per quarant’anni quantunque l’avrà e la rabbia di chi quotidianamente lotta per cercare di sbarcare il lunario.

E’ questa l’ultima beffa di una società destinata inevitabilmente a collassare nel populismo.

Osservo queste due Italie, divise, a tratti perfino fratricide, e provo a immaginare cosa sia stata invece l’Italia che mi ha preceduto e che non ho mai potuto conoscere di persona ma di cui ho avuto il sentore nei tanti libri letti, nei racconti dei miei genitori e nella storia, lato sensu intesa della mia famiglia.

Un’Italia sfiancata dalla guerra ma superba nel proprio orgoglio di rinascita.

Di quella società, cui seguirono gli anni del boom economico osservo le foto sbiadite di mia nonna fiera e sorridente dinanzi al primo frigorifero acquistato piuttosto che quelle di suo marito, rigido ed altero dietro il bancone del proprio negozio.

Loro, piccoli commercianti negli anni del boom e della ricostruzione.

Ugualmente fiero è poi lo sguardo degli altri miei nonni, impiegati statali, comodamente seduti sul proprio sofà nella casa acquistata con mille sacrifici e tanta abnegazione.

Immagino quell’Italia, cui seguirono gli anni del terrorismo, terribili, ma gravidi di idealismo, e di cui fu parte attiva anche la generazione dei miei genitori, ed un sussulto di rabbia e di rassegnazione mi morde alla gola togliendomi il respiro.

Cosa è rimasto di quello spirito nell’Italia di oggi?  Nulla, se non la più perversa delle degenerazioni.

Il riscatto sociale dei padri si è trasformato in privilegio sterile e fine a se stesso dei figli.

I primi, colpevoli di aver dimenticato cosa voglia aver detto realmente la propria affermazione sociale. I secondi, rei di adagiarsi comodamente nella bambagia creata per loro dai genitori.

Per accorgersene di tutto ciò basta frequentare i sancta sanctorum di tutte le libere professioni, dai Tribunali agli studi di alta specializzazione medica, passando per gli studi dei commercialisti; è tutto un florilegio di figli di….

Non fanno eccezione di certo le università, dove le baronie continuano a fare da padrone.

Non va meglio per chi non ha avuto la fortuna di aver genitori che siano riusciti nella propria piena realizzazione economica e sociale.

Ecco, allora, che il desiderio di riscatto si trasforma in cinica avidità. Qualunque mezzo, purchè si raggiunga il fine.

Perfino il sesso, da vessillo di libertà per le donne degli anni 70’, diviene triste merce di scambio per la propria affermazione sociale, il tutto aggravato perdipiù dall’ipocrisia dei benpensanti.

In tal senso gli scandali sessuali di noti uomini politici e non solo degli ultimi anni sono una perfetta cartina al tornasole.

Sullo sfondo, gli ultimi privilegiati, quelli del posto fisso garantito per quarant’anni, quelli che andranno in pensione a 80 anni ma che comunque un reddito garantito l’avranno, vita natural durante.

Questione di scelte, questione di coraggio, in un senso, quello di scegliere il posto fisso o nell’altro, quello di sfidare il destino e l’ascensore sociale bloccato pur di inseguire i propri sogni.

O molto più semplicemente scelte obbligate in una società che non esiste più, dominata, com’è, dall’atavico monito homo homini lupus.

Raffaele de Chiara 



Opinioni

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